Camilla Cederna


Chi voglia davvero capire com’era l’Italia, e com’erano gli italiani cinquant’anni fa e come sono andati cambiando abitudini, mentalità, stili di vita, non potrà limitarsi a studiare le vicende politiche del paese, i contrasti sociali che l’hanno diviso, ma dovrà anche fare ricorso a quella straordinaria cronista che fu Camilla Cederna, che ha raccontato, settimana dopo settimana – prima sull’Europeo, poi sull’Espresso – le nostre abitudini, le nostre ambizioni, i nostri vizi. Giornalista di costume, dunque, secondo una tradizione del nostro giornalismo che risale alla grande Matilde Serao, ma che all’improvviso, a quasi sessant’ anni, si trasforma in giornalista di inchiesta, di denuncia e d’assalto.
Il 12 dicembre del 1969 arriva a Piazza Fontana: una bomba esplosa dentro la Banca dell’Agricoltura ha lasciato sul terreno sedici morti e ottantotto feriti: «Sento di colpo i piedi umidi, racconta, mi è entrato il sangue nelle scarpe».
Comincia qui una sorta di seconda vita di Camilla che indaga adesso su quella che venne chiamata la “strategia della tensione”, denunciando le reticenze e le insufficienze delle inchieste, i silenzi o le menzogne della polizia, le connivenze delle autorità. Nel 1971 pubblica dunque Pinelli, una finestra sulla strage, nel 1975 Sparare a vista, e infine nel 1978, quel celeberrimo Giovanni Leone, la carriera di un presidente che venderà oltre 800. 000 copie, le costerà un processo e una con danna per alcune notizie inesatte, ma costringerà quel presidente ad abbandonare il Quirinale.
La trasformazione di Camilla da brillante osservatrice di moda e di costume a implacabile giornalista di denuncia ci dice qualcosa di più di una vicenda personale: è la nostra stessa storia, la storia del nostro paese, che da allora, da quel dicembre del 1969, da quelle bombe a Piazza Fontana, si trasforma, si fa più cattiva, feroce, lacerata da intrighi, da altre bombe lanciate su altre piazze, e ancora da attentati e morti per le strade vittime del terrorismo.

La moda è la prima vocazione e passione della giovane Camilla che, nata nel 1911 in una famiglia della buona borghesia milanese, si laurea con una tesi sulle Prediche contro il lusso delle donne dai filosofi greci ai Padri della Chiesa.
E del lusso si occuperà per decenni, come giornalista. Il suo primo vero articolo, pubblicato sul Corriere della Sera il 7 settembre del 1943, intitolato “Moda Nera” è un bozzetto di costume sulle donne dei gerarchi fascisti, a cominciare da Claretta Petacci, l’amica di Mussolini. Attenzione alla data: il giorno dopo, l’8 settembre, verrà annunciata la firma dell’armistizio. L’Italia dunque è divisa in due, e al Nord tornano i fascisti. Quell’articolo le costa una denuncia, alla quale Camilla si sottrae rifugiandosi con la famiglia lontano da Milano. Alla Liberazione, nel 1945, è tutto un fiorire di quotidiani e settimanali. Arrigo Benedetti, che è stato uno dei più grandi giornalisti italiani, la vuole con lui all’Europeo, il primo grande settimanale italiano (lo stesso Benedetti la vorrà con sé, nel 1956 all’Espresso), dove si occuperà, essendo donna, di moda. Ma per Camilla la moda non è frivolezza, è costume.
Attraverso la moda, attraverso il vestire, rivela, con uno stile brillante a volte impietoso, i gusti, gli orientamenti, le ambizioni della società milanese. «È una signorina di buona famiglia» scriverà di lei Guido Vergani «capace di sorridenti cattiverie, di aceti in una prosa solo apparentemente frivola [... ] Nelle sue sferzate che non hanno virulenza e sono quasi mimetizzate dalla grazia, emergono il sano moralismo della borghesia illuminata lombarda, quella che ha nel proprio sangue Pietro Verri e Carlo Catteneo, e il senso dello humour del popolino milanese».
Camilla segue i cambiamenti della moda e del gusto, il passaggio dal new look al tubino nero, dall’armadillo portato al guinzaglio, ai primi viaggi a New York e le prime vacanze a Bora Bora. Fino all’esplodere di quello che è stato chiamato il “miracolo” italiano. «Mai come oggi a Milano si è visto tanto danaro correre così in fretta» avverte Camilla. E segnala la moltiplicazione dei negozi di antiquariato, il trionfo della nuovissima figura dell’arredatore, la soddisfazione della signora che ha avuto per regalo a Natale una pelliccia di zibellino da 30 milioni, la indignazione per le eccessive pretese delle cameriere. La buona società milanese godeva dei suoi ritratti ironici, “la delusa”, “la pedante”, “la snob”, “l’efficiente” dietro i quali era possibile riconoscere le più note signore della città. E nessuno si offendeva. Tutt’altro.
Dopotutto era quasi un privilegio essere citati nella sua rubrica e riconosciuti. La buona società milanese coccolava Camilla, elegante signora milanese sempre ben pettinata, sempre ben truccata, sempre ben vestita che non si era mai voluta sposare e viveva con la vecchia mamma altrettanto elegante, ben vestita e truccata. Camilla, da buona milanese era una gran lavoratrice. Prendeva note dovunque, a un ricevi mento, a una cena alla Scala. Poi, a casa, (non amava il chiasso della redazione) batteva a macchina velocissima, con due dita, su una Olivetti nera dai tasti consunti, una gatta perennemente sulle ginocchia.
Dal dicembre 1969 la vita di Camilla cambia. Uno dei più celebri giornalisti italiani, Indro Montanelli, irride alla sua tardiva passione civile (ma lei risponde «cosa mai ti fa pensare che per questa ci voglia un’età acerba?»), uno degli avvocati difensori di Leone nel corso del processo irride: «Guardate, alla sua età osa ancora porta re i jeans», per molti mesi è costretta a girare scortata da due poliziotti («ormai, dirà, sono come parenti»).
Ma se la buona società milanese preferisce adesso ignorarla, Camilla gode ora del sostegno, della simpatia del vero e proprio entusiasmo dei giovani, studenti ed operai, e di quel vasto movimento che chiede la verità sulle stragi e le trame. Lei continua a lavorare, instancabile, con le sue inchieste, senza tuttavia abbandonare la sua rubrica “Il lato debole” che terrà sull’Espresso, fino al 1976.
Se ne va dal suo giornale qualche anno dopo, malata. Morirà nel 1997. Mi dicono che a Milano, la sua città, non le è stata ancora dedicata una strada.

Miriam Mafai

tratto da http://www.150anni.it/webi/stampa.php?wid=1948&stampa=1

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3.INTELLETTUALI CONTRO

Possiamo definirli gli alfieri di una cultura politica antimoderata? Possiamo individuare in questi come in altri dimenticati intellettuali del secondo dopoguerra quell’élite che ha tentato di scardinare quello che percepiva come un sistema? E’ corretto infine accomunarli da un anti-moderatismo piuttosto che non da un rivoluzionarismo che ha colpito a un certo punto la società italiana durante il suo percorso nella storia?