Dario Paccino


È morto, nella primavera del 2005, a ottantasei anni, Dario Paccino. A molti questo nome dice probabilmente poco, eppure egli è stato un grande scrittore, saggista, spesso critico, un anticipatore di problemi che sarebbero esplosi molti anni dopo e che avrebbero preso il nome di ”ecologia”, di attenzione, cioè, ai rapporti fra gli esseri umani e il mondo circostante. Nel 1966 Paccino scrisse, con Mario Lodi, un bel corso di educazione naturalistica e scientifica, in tre volumi, ma già dieci anni prima aveva pubblicato un libro intitolato: ”Arrivano i nostri!”, una storia dell’invasione dei “bianchi” nelle terre dei popoli e della nazioni sbrigativamente chiamati “pellerossa”.
C’erano, in questo libro, tutti i concetti che sarebbero emersi nel dibattito ecologico successivo; una natura fatta di pascoli e boschi e praterie, abitata da popolazioni di persone e di bisonti il cui numero si autoregolava sulla base della disponibilità di pascoli e acque, cioè sulla base della capacità ricettiva del territorio; i bianchi, di fronte a spazi apparentemente sterminati, hanno trasformato i pascoli in coltivazioni agricole incompatibili con le risorse del suolo, hanno distrutto la popolazione dei bisonti, privando dei mezzi di sussistenza i nativi e uccidendoli, quando difendevano le terre che erano “loro”, e confinandoli poi nelle “riserve”, veri campi di concentramento. Dietro la retorica dell’“arrivano i nostri”, dei soldati e coloni cantati dai film western, c’è stato un rapido disastro ecologico: in pochi decenni, i campi malamente coltivati sono diventati aridi e sterili e i coloni sono stati costretti a spingersi sempre più a ovest, fino alla barriera delle Montagne Rocciose, lasciandosi alle spalle distese di ossa di bisonti e di umani e di terre desolate.
Paccino è stato forse il primo a “leggere” e descrivere, nella “conquista” dell’Ovest americano, le condizioni che si sarebbero verificate ogni volta che l’avidità dei conquistatori della natura – di una “Terra” che è un bene comune, anzi come dice la Bibbia, è di Dio – ha contaminato acque pulite, ha sporcato l’aria con l’inquinamento, ha provocato erosione del suolo e frane e alluvioni, per tutto il Novecento e ancora più in questo inizio del Duemila. Non fa quindi meraviglia che il primo vero ecologo di professione, Valerio Giacomini, professore di Botanica a Roma, abbia scelto, nel 1970, Dario Paccino per creare la prima associazione naturalistica in difesa della natura, Pro Natura, appunto, e abbia scritto la presentazione del libro: “Domani il diluvio”. In questo importante e dimenticato testo Paccino avvertiva che la violazione delle leggi ecologiche avrebbe alterato l’ambiente al punto da trasformare, fra l’altro, ogni pioggia abbondante in un diluvio. Non è quello che si sta verificando ogni anno?
Ma Paccino spiegò anche che la violenza alla natura non è dovuta ad un astratto “uomo” miope e imprevidente, ma a regole sociali ed economiche che impongono come “dovere” il trarre più cereali dai campi, più carne dai pascoli, più metalli e carbone dalle miniere, più petrolio dai pozzi, perché tutto questo viene presentato come “progresso”. C’era quindi qualcosa che non andava: come poteva il presidente degli Stati uniti Nixon, il comandante supremo dell’esercito che nel Vietnam stava distruggendo, con i diserbanti, i campi di riso, unico alimento di una popolazione poverissima, e le foreste in cui si rifugiavano i nemici, lanciare nel 1970 il grande manifesto di difesa dell’ambiente? Come poteva la Fondazione Volkswagen finanziare le ricerche del Club di Roma che raccomandavano di porre dei limiti alla crescita della popolazione e dei consumi (anche di automobili)? Come poteva l’ENI organizzare e predisporre la redazione della prima “Relazione sullo stato dell’ambiente in Italia”, da cui avrebbero dovuto emergere anche gli inquinamenti dovuti al petrolio?
Questa e altre contraddizioni fra un apparente amore per l’ecologia dei paesi ricchi e industriali, capitalistici ma anche sovietici, e la devastante miseria dei tre quarti della popolazione mondiale furono denunciate da Dario Paccino nel libro “L’imbroglio ecologico”, apparso nel 1972 e che fu subito un successo editoriale, per molte settimane in testa nelle classifiche dei saggi più letti. Il libro fu criticato dai benpensanti, ma anche da una parte della sinistra che lo considerava troppo radicale; tuttavia fu oggetto di tesi di laurea e di seminari universitari, uno anche a Bari, e contribuì certamente a suscitare una protesta anche morale contro le offese alla natura. E sulle ipocrisie ecologiche Paccino ha continuato a scrivere; la seconda metà degli anni settanta del Novecento fu segnata dagli incidenti di Seveso e di Manfredonia (1976), dalla crisi energetica e dalla catastrofe al reattore americano di Harrisburg del 1979. In questa occasione Paccino denunciò, con il libro “La trappola della scienza: tutti vivi ad Harrisburg”, coloro che sostenevano che non era successo niente, che il nucleare era la fonte di energia più sicura ed affidabile.
La rilettura degli scritti di Paccino, in questi ultimi anni purtroppo spesso pubblicati da editori e in riviste a limitata diffusione, è una fonte senza fine di stimoli, di osservazioni, di cultura che Dario Paccino diffondeva, con critica ironia e indignazione, a piene mani. Mi auguro che gli scritti di questo ecologo, sempre dalla parte degli ultimi, siano raccolti in un archivio e in una antologia.

Giorgio Nebbia

fonte: http://www.fondazionemicheletti.it/altronovecento/articolo.aspx?id_articolo=10&tipo_articolo=d_persone&id=40

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3.INTELLETTUALI CONTRO

Possiamo definirli gli alfieri di una cultura politica antimoderata? Possiamo individuare in questi come in altri dimenticati intellettuali del secondo dopoguerra quell’élite che ha tentato di scardinare quello che percepiva come un sistema? E’ corretto infine accomunarli da un anti-moderatismo piuttosto che non da un rivoluzionarismo che ha colpito a un certo punto la società italiana durante il suo percorso nella storia?