Grazia Cherchi


Parliamo con la grande scrittrice piemontese nell’ambito di un incontro organizzato per commemorare la figura di Grazia Cherchi, critico letterario, editor e consulente di narrativa scomparsa nell’agosto 1995 e sua grande amica.
Lalla Romano la ricorda con struggente nostalgia e con grande stima sottolineando l’importanza della memoria e del ricordo.
Conosceva Grazia Cherchi da molti anni?
La conoscevo da molti anni, da quando leggevo la sua rubrica sul Corriere della Sera. Mi ricordo di un ritratto che mi aveva fatto…
Lei diceva che tra di noi si era creata una sorta di fratellanza, di straordinaria affinità, cosa curiosa per la differenza d’età, grande fra di noi, e per il fatto che per lungo tempo non ci eravamo conosciute “di persona”.
Ricordava che qualche volta mi comportavo con lei come io uso fare con molte persone (se appena le conosco e se scrivono qualcosa che mi pare importante): le chiamo al telefono e dico “il tuo pezzo mi è piaciuto”, poi metto giù. Questo era il nostro rapporto. Qualche rara volta ci siamo anche incontrate ma non è mai stato un problema per me vederla o meno di persona, non vado mai a cercare gli amici anche se ci sono persone che mi interessano. Se anche il caso non mi fa incontrare chi vorrei non ho mai cercato nessuno. Così è accaduto questo nostro rapporto.
Un rapporto importante…
I mportante, sì. Tant’è vero che è stato così importante per me che quando lei è mancata il mio annuncio funebre è stato quello che pensavo fin dal momento del nostro incontro e ho scritto semplicemente “tardi ma per sempre”. Questo “tardi” significa soltanto che l’incontro è accaduto tardi nella mia vita e nella mia possibilità di conoscerla e frequentarla, in quanto io vivevo a Milano dal dopoguerra, soltanto in questo senso. Perché sono convinta che quello che è importante nelle nostre vite, nella vita di tutte le persone, accade quando deve accadere, e se è stato fondamentale non bisogna rimpiangere ciò che si è perso, l’essenziale è che sia accaduto.
Un incontro predestinato.
Ricordo la mia frequentazione con Grazia, venuta non molto dopo la perdita di un’altra mia grande amica, una donna poeta, Daria Menicanti. Io credo che ognuno di noi abbia un destino anche perché il destino ce lo facciamo noi stessi, con la nostra persona, le nostre scelte, quello che accade del nostro destino è voluto da noi. Di questo sono profondamente convinta. Perciò si vede che per me era il momento giusto di avere questo incontro, questo avvicinamento con Grazia. Non mi sono mai domandata perché non sia capitato prima. Quando ho provato a domandarmelo ho pensato: forse perché sono la moglie di un presidente di banca, ma è una sciocchezza perché poi lei invece apprezzava molto mio marito, lo conosceva… sciocchezza.
Avevate profonde affinità o si trattava di un’amicizia basata sulle differenze?
Abbiamo scoperto vicendevolmente delle profonde affinità, nonostante la differenza di età, infatti non è quella che distanzia le persone. C’è qualcosa di più importante che fa parte della persona umana e che non dipende dall’età. Quando abbiamo cominciato a vederci sovente ho avuto molto da lei, soprattutto segnalazioni di libri da leggere, normalmente di libri di cui si è parlato poco nelle case editrici, meno noti. Non è mai capitato che mi abbia mandato un libro o me lo abbia segnalato e che questo libro non sia stato per me importante. Questo è già prova della profonda intesa fra noi.
La nostra affinità era così grande che scoprivamo anche aspetti quasi comici della maniera di guardare la vita e le cose. La nostra straordinaria capacità di essere persone pratiche, di non dare valore a certi aspetti della vita che paiono particolarmente apprezzati o apprezzabili nelle donne e così via. Ma non facevamo teorie su questo.
Nel libro [Grazia Cherchi, Scompartimento per lettori e taciturni, Edizioni Feltrinelli, n.d.r.] c’è un’intervista molto bella e c’è uno scritto suo che è stato fatto in seguito al Convegno sulla mia opera, nel 1994. Il pezzo in cui scrisse un mio ritratto molto lusinghiero, ma soprattutto essenziale è anche testimonianza della nostra grande affinità. Ho avuto naturalmente anche altre amicizie femminili, ultima prima di lei, si diceva, Daria Menicanti, con cui c’era un’intesa profonda, telefonate ogni giorno… Ma quella con Grazia ha avuto un aspetto assolutamente diverso.
Avevate amicizie comuni che in qualche modo si ricollegassero tra loro?
Lei era importante per tante altre persone, tante altre persone la interessavano. Non c’era tra queste persone una rete di conoscenze. Una specie di incontro c’è stato ai suoi funerali che ricordo come una cosa straordinariamente bella. Non amo affatto i funerali e le cose funebri, però questo incontro di tante persone, alcune conosciute altre che non conoscevo o che conoscevo solo di nome, questo ritrovamento di tanti in nome di Grazia, l’abbraccio di persone conosciute e dimenticate, di persone che mi hanno ricordato tempi lontani, è stato un insieme che ha segnato profondamente la mia vita. Del resto tutto quello che rimane nella vita è quello che ci ha segnati profondamente. L’incontro con Grazia e anche il mio addio a Grazia è uno di questi momenti. Ho detto “tardi ma per sempre”: per sempre è quello che lei mi ha dato e che forse ha ricevuto, perché era contenta che ci incontrassimo, e avevamo così tanto in comune, addirittura uno stile…
Persino oggi venendo qui mi sono messa questo berretto che metto di solito che dico che è uno “stile Grazia” perché con lei (non che di solito mi preoccupi del mio aspetto in società…) c’era una particolare libertà reciproca. Quando ci davamo appuntamento generalmente lei mi portava un gran mazzo di margherite. Sapeva che mi piacciono molto. Mi comprava al mercato uno di quei mazzi enormi che poi durano moltissimo. Sapevo vagamente che lei aveva tanti altri amici, persone che stimava, che aiutava, che avevano fatto parte della sua vita. Non sapevo però quasi niente, nemmeno della sua famiglia. Non sapevo forse nemmeno che avesse un fratello. Non c’era questo tipo di legame tra noi. Perciò quello che ho detto “tardi ma per sempre” ha un significato esatto. Tardi nel senso che io ero già molto vecchia, avevo già una grande esperienza di vita in tanti sensi. Però le grandi cose che ci accadono nella vita, come accadono sempre, sono quelle che gli scrittori in genere, gli artisti cercano in qualche modo di conservare, nella loro opera, trasfigurandole.
Ancora una volta il destino, un destino costruito, voluto…
Significa proprio questo: questa vita che viviamo sulla terra è un destino, questo destino non è scritto nelle stelle, è fatto da noi, ne siamo gli artefici. Lo credo profondamente, e fa parte di questo anche il fatto che certi incontri straordinariamente importanti e vitali sono brevi, come nel caso dei miei incontri e delle mie frequentazioni con Grazia Cherchi. Non c’è stato mai niente di Grazia che mi abbia dato fastidio. Posso apprezzare molte persone che non sono affatto intellettuali, questo risulta anche dalle mie opere: il personaggio forse più importante dei miei libri è quello che dà nome al romanzo “Maria” dove parlo di una donna che è stata governante, domestica nella mia casa per tanti anni. Ma Grazia era un’amica intellettuale e le donne intellettuali mi piacciono moltissimo, ma non è detto con queste persone io senta subito un’affinità. Mentre questo mi è capitato con Grazia. L’unico momento però in cui si è formata una sorta di famiglia intorno a lei è stato quello dei suoi funerali. Più che funerali sono stati un grande momento di vita, di formazione.
Il tema della memoria. Perché si è ripreso in questi ultimi anni così tanto il tema della memoria, del ricordo, perché è rinato il valore del ricordo, al di là delle singole commemorazioni come quella appunto di Grazia Cherchi?
Certe cose dipendono un po’ anche dalle mode, diventano mode, cioè, magari con il pretesto che è la fine secolo, la fine millennio… Sono sciocchezze perché per ogni vita c’è una fine che non è fine secolo o fine millennio. Ho parlato parecchio della memoria, perché i miei libri sono basati parecchio sulla memoria. Penso si debba distinguere tra due tipi di memorie: la memoria nel senso grande che è ricchezza per l’umanità, e i ricordi che sono personali, che hanno una loro dignità, ma che non sono niente, sono aneddoti, pettegolezzi, in questo senso la memoria non è niente. Difatti adesso proliferano libri di memorie perché raccontano fatterelli, questo non ha niente a che fare con la vera memoria. L’arte è sempre un’astrazione, non solo l’arte astratta, anzi l’arte astratta è molto intellettualistica. L’arte astrae dalla vita un significato: se lo scrittore dentro di sé ha qualcosa da dire, lo dice attraverso una vicenda se è un narratore, oppure attraverso la poesia… Però tutto ciò rientra sempre nella memoria dell’umanità. Soltanto in questo senso esiste la memoria, perciò noi possiamo leggere le poesie di Saffo come fossero state scritte adesso.

Ricordo di un’amica: Lalla Romano parla di Grazia Cherchi

Di Giulia Mozzato

tratto da: http://www.wuz.it/archivio/cafeletterario.it/interviste/romano.html

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Informazioni, testi e foto recuperati dal Web.

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3.INTELLETTUALI CONTRO

Possiamo definirli gli alfieri di una cultura politica antimoderata? Possiamo individuare in questi come in altri dimenticati intellettuali del secondo dopoguerra quell’élite che ha tentato di scardinare quello che percepiva come un sistema? E’ corretto infine accomunarli da un anti-moderatismo piuttosto che non da un rivoluzionarismo che ha colpito a un certo punto la società italiana durante il suo percorso nella storia?