Giorgio Cesarano


La sensazione di pena e mancanza suscitata dai rapporti formalizzati, fa sì che l’esigenza di spezzarne i limiti, per superarne la miseria più evidente, si manifesti come desiderio di farli “saltare” mediante l’irruzione della sessualità. Ma si tratta ancora di un riflesso della miseria, un corto circuito in cui l’intolleranza immediatistica del minimo cui è ridotto il tessuto sociale gli avvicina il massimo cui riesce a tendere, in condizioni di umiliazione e di fame, il desiderio, facendo apparire i due “estremi” come e prossimi quasi comunicanti, non appena l’intenzione qualitativa spezzi la separazione. Ma si svela così l’illusione. Né ciò che manca ai rapporti degradati è la sessualità, né la sessualità così com’è, storicamente determinata, punto più alto in cui la valorizzazione isola il piacere come salario della passione addomesticata al lavoro (prestazione energetica, investimento di tempo-denaro), può concentrare in sé ogni requisito qualitativo. Il dissequestro della qualità e del piacere è il compito rivoluzionario destinato a scongelare il feticcio della sessualità e, al tempo stesso, liberandola dai suoi falsi contenuti surrogatizi, magico-religiosi, a dispiegarne la ricchezza stornata. L’erotizzazione dei rapporti, la realizzazione qualitativa del loro tendere alla totalità, non vedrà più la sessualità né come mezzo, né come fine, ma come momento significativo del rapporto essenziale tra le qualità del vivente.

1.

“È solo nella violazione — al livello della morte — dell’isolamento individuale, che fa la propria apparizione quell’immagine dell’essere amato che per l’amante rappresenta il senso di tutto ciò che esiste.” Così Bataille (L’erotismo, Mondadori, p. 28). Ma l’isolamento individuale di cui parla è la prigionia nella figura di sé — violarne il fortilizio è davvero un rischio mortale —: l’apparizione di “quell’immagine dell’essere amato” è innanzitutto l’apparire della liberazione possibile, nella coniugazione col mondo, il senso appunto di tutto ciò che esiste. Al di sotto di ogni psicodramma dell’amore, negli inferi della carcerazione in sé, questa è la tragedia: l’al di là di sé appare come una “immagine”, una cifra simbolica della totalità agognata. Essa risplende di tutta la forza cresciuta nella compressione della manque à être, non tanto perché ne sia la proiezione allucinatoria (e in questo senso fittizia), quanto perché effettivamente la manque conosce e chiama l’être che le è assente, sa che esiste fuori dal sé, lo aspetta e lo cerca da sempre. L’immagine è dunque la promessa d’essere, e, insieme, la dimostrazione della sua concreta possibilità. Essa è infatti incarnata; è, come infelicemente ma realisticamente si è abituati a dire, una “persona”, ossia la maschera di un dramma, ma la maschera indossata da qualcuno che è, o più esattamente desidera essere. Una menzogna antichissima, e un’allucinazione sempre nuova, istituisce a questo punto una simmetria perfettamente illusoria. Due “persone” si trovano l’una in presenza dell’altra, si desiderano e si amano, non gli resta che congiungersi. Ma due “persone” non possono, letteralmente, congiungersi: non appena si apprestano a farlo, ecco che si separano, tanto più sostanzialmente quanto più formalmente il congiungimento appare ricco e animato. La ricchezza è accumulazione di forme metonimiche, l’animazione è di figure, di cartoons. L’ostinazione cieca con cui due “persone” si sforzano di congiungersi è simile a quella con cui taluni animali, e i bambini, si sforzano di lottare, o di congiungersi, con la propria immagine riflessa nello specchio. A fronteggiarsi sono infatti due immagini reciprocamente speculari, e speculari particolarmente nella loro diversità (l’alterità sessuale e/o l’alterità fisiognomica, in senso lato) e nella loro specificità individuale.

2.

L’angustia — la sofferenza di cui parla Bataille (“l’amore ci impegna pertanto alla sofferenza, poiché la piena fusione è apparente; e tuttavia l’amore promette la fine della sofferenza”, ibid.) — implacabilmente soffoca il piacere in questo cozzo di due architetture o “macchine”, belliche e carcerarie insieme. Ciascuno è per l’altro ciò che non è in sé. Ciascuno, per incontrare l’altro, deve uscire da sé. Di questo è fatta l’estasi, questa sortita armata fuori dal fortilizio del sé. Ma non appena l’estasi tende a spiegarsi, ad affermarsi, negarsi come istante e cercarsi come totalità e come durata, l’altro si svela essere come una pietra o un albero, o come un idolo: un oggetto, una “cosa”, un’entità comune al mondo delle cose, una cosa del mondo in cui il fortilizio ha fondamento. In questo, l’altro indica già, nell’istante stesso dell’estasi, la via del ritorno alla prigione, segnalandosi come cosa dell’orizzonte della prigione, significandosi come la pochezza in cui si disconoscono desideri e volontà, in cui si riconoscono frustrazione e inanità. Questo è vero per ciascuno; è così che gli amanti conoscono insieme e nel medesimo movimento la gravità del progetto contenuto nel desiderio e la miseria della sconfitta espressa dalla mancata realizzazione. O meglio: dalla realizzazione della mancanza. Ma guai a chi, di questa banalità del proprio destino, fa la trappola in cui va a morire ogni destino. Chi cessa di progettare l’evasione, chi cessa di osare tendervi e di detestare la miseria della carcerazione nel sé, muore chiuso nel sé, fa di sé la storia di una morte mentre muore alla storia, pone fine alla sua via mentre resta un ciottolo della grande via.

3.

L’amore, prescrive il cinismo dei proverbi, è una lotta. Di questa saggezza miserabile si inorgoglisce il sorriso dei vili: a che vale, muoversi alla ricerca dell’estasi, quando sai che non potrai trovare se non il corpo del niente, che il desiderio della fusione e della sortita dalla prigionia si conoscerà, stravolto, come un corpo a corpo di fantasmi? Se è anche vero che l’amore è una lotta, è più vero che la lotta è di ciascuno contro la propria miseria e contro la propria prigionia. Non si lotta contro l’altro, si lotta contro il sé. Nessun manuale di strategia amorosa vede la moralità di questa lotta. È più osceno il presunto realismo delle “astuzie” d’amore che le eiaculazioni sul viso della pornografia. Bataille scrive, temerariamente: “L’essere amato è, per chi lo fa oggetto d’amore, la trasparenza del mondo. Ciò che attraverso l’essere amato appare (…) è l’essere pieno, illimitato, cui l’individualità non oppone più barriere”. L’essere amato è la trasparenza del mondo finché non si riduce ad apparire come l’oggetto d’amore, e non appena appare come l’oggetto d’amore ogni trasparenza dilegua, l’opacità spezza lo sguardo, la specularità lo fa regredire al passato. Guarda l’essere che ami nel cuore di un paese: vedrai, se l’amore è forte, quanto è grande il paese del tuo cuore, e come esso è un regno, e come la tua e quella dell’essere amato volga ad essere la signoria senza schiavitù. Ma guarda ancora l’immagine della persona che ami al centro di un paesaggio: vedi la serva-padrona che fu tua madre e il forzato-sbirro che fu tuo padre, al centro focale del tuo passato, proiettato come un incubo onnivoro e ossessivo, sopra ogni presente, contro ogni futuro. Fai del progetto amoroso un oggetto d’amore e vedrai il tuo passato come la barriera specchiante che ti separa dal presente.

4.

Sei mia sono tua, la mia donna, il mio uomo: l’essere è già sgominato, l’avere già si impone con il suo contenuto di niente. Eppure non è liquidando la fedeltà alla scelta, la temerarietà di un progetto comune, che si supera la pietrificazione e l’annientamento. Se è vero che due amanti giacciono l’uno “con” l’altro come due amuleti, o due figure di un gioco tetro, o due bracci di un congegno, è però vero che essi solo così trattengono, nella loro ostinazione a volere, e anche quando essa appare come un’immotivata coazione a distruggersi, il sogno di una cosa che è al di là della cosalità in cui giacciono, il progetto d’essere che effettivamente è la loro sola ragione d’esistere, il loro solo onore, e il solo onore che trapassi l’atrocità dell’infanzia.

5.

“È, in una parola, la fusione dell’essere visto come liberazione a partire dall’essere dell’amante” scrive ancora Bataille, e: “C’è in quest’apparenza un’assurdità, un’orrenda mescolanza: ma, al di là dell’assurdità, della mescolanza, della sofferenza, splende una verità miracolosa. Niente, a conti fatti, è illusorio nella verità dell’amore: l’essere amato equivale, per chi lo fa oggetto d’amore, e naturalmente solo per chi lo faccia oggetto d’amore (ma che importa?) alla verità dell’essere. Vuole il caso che, tramite l’oggetto d’amore, sparita la complessità del mondo, l’amante scorga il fondo dell’essere, la semplicità dell’essere”. Ciò che l’amante vede nell’amato, l’ho già detto, è la concretezza possibile esistente fuori di sé, nella generalità, di un progetto d’essere che è, al tempo stesso, suo e non-suo, squisitamente personale, individuale e unico e patentemente sovrapersonale, comunista, “storico”. L’indulgenza ipocrita con cui l’universo mondano tollera la presenza degli amanti maschera a malapena l’astio e l’intolleranza per ciò che sempre l’amore trasmette d’eversivo, e lo maschera facendosi forte sulla comicità patetica, sulla goffaggine degli amanti. Coloro che incespicano tenendosi per mano. Coloro che “si illudono”. La mondanità pregusta la vendetta storicamente preparata. Finirà, quell’amore, come tutti gli altri, nel risentimento e nel vuoto; si accomuneranno, quei comunisti, alla comunità dei relitti e della desolazione. Ah sì, l’orrenda mescolanza prepara effettivamente in anticipo una sconfitta certa. Finché la vita non sarà liberata, ogni battesimo è un memento mori, ogni abbeverata un avvelenamento.
Fonte: L’insurrezione erotica da Manuale di sopravvivenza (tratto da: http://www.nelvento.net/cesarano/)

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4.ESPRIT LIBRE

Molti di loro non hanno mai avuto un ruolo nei “partiti” o negli organi intermedi. E tuttavia hanno rappresentato per gli uomini del loro tempo la richiesta di una maggiore consapevolezza nel declinare tutte le forme possibili di libertà e uguaglianza. Persone come Basaglia, Maccacaro, Rostagno hanno incarnato lo spirito di un tempo che appare lontano e in cui si mescolano ricerca intellettuale, impegno verso un allargamento dei diritti e anelito a un cambiamento della società in senso progressista.